IN CAMPO

minibasket

Premetto che le mie idee e riflessioni che leggerete, sono frutto di studi ed esperienze personali e non pretendono di essere “verbo fatto carne”.

Il minibasket è un gioco rivolto ai bambini che non superano gli 11 anni, e trae riferimenti e peculiarità che lo caratterizzano da uno sport specifico: la Pallacanestro.
Tuttavia all’interno del giocosport del minibasket ci sono innumerevoli giochi, attività, situazioni stereotipate e variabili che, esulano dal canestro, tabellone, palla a spicchi, area dei tre secondi etc.
Il minibasket, per come giustamente è ora concepito, è un “cammino” che deve percorrere il bambino e che nei primi anni tenderà ad emozionare, subito dopo a far scoprire, ed infine a giocare.
Proprio così, un cammino giocoso che parte dal desiderio e dal piacere del movimento, progredendo verso nuove conquiste e nuovi investimenti dello spazio. Il piacere senso-motorio è quindi riconosciuto quale punto nodale, via principale di evoluzione del bambino.
Mi sembra giusto ora, riflettere un attimo sul valore del gioco citando alcune considerazioni e posizioni di illustri umanisti, filosofi e studiosi:
S. Tommaso ( Summa contra Gentiles ) riscontrò analogia tra attività ludica, contemplativa ed estetica, giacché tutte e tre tentano il perseguimento di finalità autoteliche.
Guarino Veronese nel “Contubernium”, riconobbe i giochi e la danza come elementi indispensabili per lo spirito umano.
Vittorino Da Feltre organizzò, anche il gioco, tra le attività svolte nella “casa giocosa”.
Tommaso Campanella nella “Città del sole” coglie anche dal gioco l’origine del sapere.
Nei collegi gesuiti si praticavano giochi con la palla ed era chiuso l’anno scolastico con gare atletiche.
Per Rousseau le attività fisiche spontanee coinvolte massimamente nel gioco rappresentarono il naturale e disinteressato soddisfacimento delle necessità del fanciullo.
Guido Giugni affermava: … il gioco è stato, anzitutto, interpretato come l’esigenza di un’attività disinteressata da fini immediati e diretti di serietà o eticità; come un’attività creatrice di forme motorie, intellettuali, affettive, caratterizzate dal senso del ritmo e dall’armonia della figura, della leggerezza…
Piaget affermava: … il gioco, attraverso l’evoluzione degli interessi, partecipa al processo fondamentale che caratterizza la vita psichica: una messa in equilibrio progressivo, attraverso un meccanismo di assimilazione della situazione ambientale e di accomodamento delle strutture organiche già possedute.
Huizinga in “Homo ludens” tende a dimostrare che il gioco è fondamento di ogni produzione umana, il gioco originante la cultura, non è quindi il gioco a trasformarsi in cultura, ma è quest’ultima che evolve per il tramite dei modelli e delle forme offerte dal gioco; certo, man mano che la cultura evolve ( ovvero si trasforma in pura metafisica o abnorme pragmatismo ), l’istanza ludica tende a passare inosservata, anzi ad essere persino misconosciuta dalla ragione, che tende a recidere il proprio cordone ombelicale dalla proposta spontanea, naturale ed irrazionale.

Finisco queste brevissime riflessioni ed interpretazioni sul gioco, meditando su alcuni studi di psicologia i quali affermano che è probabile che alcuni disadattamenti dell’adulto provengano dal precario vissuto ludico infantile. Non a caso Platone si dice che ha affermato “… tanto meglio sarà l’adulto quanto meglio avrà giocato ”.
“Morale…”: giochiamo, giochiamo, giochiamo, facciamoli giocare, facciamoli giocare, facciamoli giocare.

Sebastiano Salinari